PROGETTI DI COMUNITÀ
Il nostro lavoro non consiste nel rappresentare una comunità dall’esterno, né nel chiedere a un gruppo di esprimersi spontaneamente. Consiste nel costruire habitat di formatività: ambienti temporanei in cui un contesto possa incontrare strumenti, tecniche, immagini, miti, oggetti, domande, e scoprire quali forme è capace di generare. Ogni cantiere nasce attorno a un nucleo magnetico: una figura, una ferita, una domanda, una storia, un mito. Da lì comincia il lavoro comune: costruire oggetti, ambienti, drammaturgie, cori, immagini, gesti. L’opera non è solo il risultato. È anche il campo in cui persone eterogenee imparano a stare dentro una forma comune senza diventare uguali. Quando questo accade, il processo può generare qualcosa che prima non c’era: un gruppo, un legame, un collettivo, una piccola istituzione provvisoria.
Attenti ai cani / Harmanli
Fuori dal centro di accoglienza di Harmanli, con donne e bambini siriani, abbiamo costruito una favola di fuga e resistenza.
I bambini non potevano allontanarsi dal campo, né abitare davvero la città intorno. Da questa ferita, senza nominarla direttamente, è nata una storia di piccoli uccelli: uno di loro cade in un buco, gli altri cercano il modo di salvarlo, trasformandosi in creature capaci di volare.
Maschere, costumi, pupazzi e scenari sono stati costruiti insieme. Poi la favola è diventata video, montato e proiettato in un cinema provvisorio fuori dal furgone.
Un cantiere in cui il limite diventa immagine, e l’immagine prova ad aprire una via.
Metamorfosi / Verso Ucronia
Un gruppo di ragazzi scopre di sognare gli stessi animali.
Da questa immagine nasce un esodo verso Ucronia, un luogo in cui il tempo non scorre. A Kyiv e Poltava abbiamo costruito un habitat creativo ispirato alle Metamorfosi: maschere, danze, pitture, pupazzi 2D, scenari, stop motion, scene teatrali, video, gioco da tavolo.
Ogni ragazzo poteva trovare una propria forma: danzare, disegnare, recitare, filmare, animare, e insieme convergere nella stessa opera.
In un tempo spezzato dalla guerra, la metamorfosi diventa una pratica: cambiare forma per continuare a immaginare.
P.A.P.P.A. / Palestra delle Arti Partecipate
P.A.P.P.A. è una palestra: un luogo dove bambini, adolescenti, adulti, abitanti e artisti professionisti si allenano a costruire forme insieme.
Da questo lavoro sono nati progetti come Che fine ha fatto la Banda Balena, Mi sento suolo, Anita e il lupo, La scuola e le sbarre: opere collettive in cui scenografie, costumi, pupazzi, testi, video, rap dal vivo, disegni e sculture vengono creati dentro lo stesso processo.
Ogni cantiere costruisce un mondo provvisorio: uno specchio collettivo in cui vedersi diversi, straniati, trasformati; uno spazio temporaneo dove immaginare esodi, alleanze, forme di vita alternative.
Non solo partecipare. Allenarsi a fare mondo.
Il calcio in faccia
Il calcio come passaporto, maschera, sogno di Europa.
Quindici minori stranieri non accompagnati scrivono una storia in cui un gruppo di giovani migranti ruba l’identità di una squadra araba in tournée europea. Devono fingersi calciatori famosi, finché una giornalista li costringe a parlare della Palestina e la finzione comincia a cedere.
Girato con mezzi poveri — iPhone, video-disegni, animazioni — il film nasce dall’ascolto di ciò che stava davvero a cuore al gruppo e dalla necessità di trovare una forma possibile, precisa, praticabile.
Favole dalla Dozza
Trasformare ciò che si ha da dire in una favola per l’infanzia.
Nel carcere della Dozza abbiamo costruito un laboratorio di stampa, collage e creazione di immagini. A partire da tecniche semplici e ripetibili, ogni partecipante ha cercato una storia da raccontare: un ricordo, una ferita, una promessa, una figura capace di parlare anche a un bambino.
Alcuni hanno scelto di inventare favole per i figli fuori dal carcere, figli lontani, difficili da vedere, da raggiungere, da accompagnare.
L’esito è un libro collettivo: pagine stampate, immagini, racconti e tracce di un legame che cerca forma oltre le sbarre.
